Antonino Caponnetto

Antonino Caponnetto

Nasce il 5 settembre 1920 a Caltanissetta. Per il lavoro del padre la famiglia si trasferisce prima in Veneto e poi in Toscana, a Pistoia, quando il futuro giudice ha appena tre anni. Partecipa al secondo conflitto mondiale combattendo in Africa e da questa terribile esperienza matura l’avversione per la guerra. Terminata la guerra, riprende gli studi e si laurea in giurisprudenza. Vince il concorso in magistratura nel 1954. 

Il primo incarico è alla pretura di Prato, poi esercita la sua funzione di magistrato a Firenze, fino al 1983. In quell’anno, il 29 luglio, la mafia compie un attentato terribile: un’autobomba posta vicino all’ingresso dell’abitazione del consigliere istruttore di Palermo esplode quando Rocco Chinnici esce per recarsi al lavoro. Insieme a lui muoiono i due agenti di scorta il maresciallo, Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi portiere dello stabile. Sono il senso del dovere e la sua sicilianità i motivi che lo inducono a concorrere per il posto di Rocco Chinnici e il Consiglio Superiore della Magistratura con ventotto voti favorevoli e solo tre astensioni lo sceglie per dirigere l’Ufficio istruzione di Palermo. 

Il 9 novembre 1983 verso mezzanotte arriva a Palermo, dove alloggerà in una caserma della Guardia di finanza fino al suo ritorno a Firenze. Il giorno dopo entra per la prima volta nell’ufficio di Chinnici e si sente «…attanagliare da un’emozione incredibile…» Confessa di non aver avuto «…il coraggio di toccare alcunché…» e di aver lasciato la stanza come l’aveva trovata «…persino i cassetti…». Dopo convoca tutti i suoi colleghi dell’Ufficio istruzione e dichiara: «Ho intenzione di confermare metodi, struttura ed organizzazione del lavoro voluti dal giudice Chinnici…» Subito dopo indica le linee operative che «…sarebbero state praticate per anni: la socializzazione fra i giudici istruttori della propria esperienza professionale; la massima circolazione di notizie, informazioni, nuove acquisizioni processuali per evitare che singoli giudici fossero detentori di scomodi segreti; in altre parole la costituzione di un pool, una squadra di magistrati che avrebbero dovuto dedicarsi esclusivamente ad indagini antimafia essendo esonerata – proprio per decisione del capo di quell’ufficio – dalla routine giudiziaria…». In questo modo nasce il pool antimafia, di esso faranno parte Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta.

I risultati saranno straordinari: l’arresto e il pentimento di Tommaso Buscetta, il blitz di San Michele con interi clan mafiosi trasferiti nelle carceri di massima sicurezza.

Nello stesso anno Caponnetto istruisce il maxi processo: 474 imputati per reati di mafia. Nel 1987 arriva la prima sentenza che conferma le accuse.

Caponnetto lascia l’incarico nel 1988 e se ne torna nella sua Firenze. Confida che a sostituirlo sia Giovanni Falcone ma il Consiglio Superiore della Magistratura sceglie Antonino Meli che subito cambia metodi di lavoro e mette in crisi l’operato del pool. Paolo Borsellino lascia Palermo poco dopo perché è promosso Procuratore a Marsala, Giovanni Falcone alla Direzione del Dipartimento degli Affari Penali al Ministero della Giustizia a Roma dove dà vita alla nascita della Direzione Nazionale Antimafia.

Il 1992 è l’anno terribile delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Antonino Caponnetto si lascia sfuggire un «…tutto è finito…» in un’intervista televisiva prima dei funerali di Paolo Borsellino. Ma è solo un attimo perché, invece di andare in pensione, inizia, instancabile, un viaggio per le scuole e le piazze di tutta Italia per raccontare, soprattutto ai giovani e ai giovanissimi, chi fossero Falcone e Borsellino. Caponnetto interviene in centinaia di scuole, diviene un infaticabile testimone di etica della politica e della vita civile, della giustizia e della legalità.

Nel 1999 organizza il primo vertice sulla legalità e la giustizia sociale a Firenze, chiamando a raccolta magistrati, giornalisti, avvocati, testimoni, associazioni e migliaia di cittadini, per discutere e “fare il punto” sulla questione giustizia in Italia. Lo fa anche l’anno successivo e quello dopo ancora. 

Muore il 6 dicembre del 2002.